Il turismo montano produce quasi il 7% del PIL nazionale, dando lavoro a migliaia di persone dalle Alpi agli Appennini. Luoghi divenuti iconici in tutto il mondo a causa di una irrefrenabile pubblicità durata anni ed esplosa con l’avvento dei social, oggi pagano il conto di scelte che non hanno mai considerato i limiti ecologici della montagna.

I danni dell’overturism
L’overturism o turismo di massa è una situazione che colpisce sempre più località montane. Fino a qualche decennio fa, soltanto alcune città e certe zone costiere erano colpite da questo fenomeno. Quando una certa località o territorio ospita più persone di quante possa sopportare si va incontro a problematiche ambientali e di benessere per gli abitanti di quel luogo.

Immaginate un campo da calcio, fintanto che viene utilizzato per giocare a calcio il prato sopporta abbastanza bene i 22 giocatori; ora immaginate dopo un concerto Sold Out, quello stesso prato probabilmente avrà danni evidenti e ci metterà settimane a recuperare. Lo stesso vale per i sentieri, laghi alpini e la montagna in generale. Il disturbo alla fauna e alla flora in territori dove arrivano migliaia di turisti durante l’anno subiscono un impatto considerevole, talvolta con effetti irreversibili. E non finisce qui. L’overturism è un problema anche economico e di gestione urbanistica. Città, paesi e borgate alpine possono ospitare in quantità diverse un certo numero di persone, superato il loro limite si va incontro a una serie di criticità, come per esempio:
- problemi di fornitura idrica;
- problematiche al sistema fognario;
- viabilità;
- aumento dei costi
Per rimediare a questo flusso di persone spesso incontrollato e talvolta imprevedibile si stanno provando diverse strategie, alcune funzionano altre meno.

Le soluzioni che non funzionano
Non è un caso che i comuni montani più colpiti dal turismo di massa siano quelli che hanno investito di più su pubblicità, infrastrutture e servizi. Il risultato è stato rendere la montagna comoda e vendibile a più persone possibili. Oggi, sono molte le località che stanno cercando di rendere più esclusiva l’esperienza e contrastare il turismo di massa con soluzioni spesso discutibili:
- Aumento dei prezzi: con questa pratica non si contrasta il sovraccarico ma si cambia soltanto tipologia di clienti. A pagare il conto sono i valligiani, chi abita tutto l’anno in località inflazionate rischia di doversene andare perché non può più permettersi affitti e beni di consumo;

- Impianti di risalita aperti quasi tutto l’anno: la chiamano “destagionalizzazione”, di fatto si allunga l’accessibilità in quota anche in primavera e autunno con ripercussioni sulla fauna in periodi cruciali per molte specie;
- Promozione di valli “alternative”: le valli non ancora toccate dal turismo di massa, se promosse come alternative, senza un piano preciso improntato sullo slow tourism, rischiano nel giro di qualche anno di divenire la fotocopia delle sorelle maggiori;
- Ticket d’ingresso: in Italia è già accaduto con i lidi, le aree naturali non vengono salvate con strategie da luna park, pagare per frequentare un bene comune è uno schiaffo alla libertà, specie per chi sceglie di abitare e vivere un luogo.

Le soluzioni che ci piacciono
- Incentivazione mobilità pubblica e chiusura dei passi alpini ai mezzi motorizzati privati: l’introduzione di un sistema di bus e navette contribuisce a non intasare intere vallate e passi in quota con mezzi privati, favorendo nello stesso tempo il cicloturismo;
Un esempio concreto arriva dal Trentino, più precisamente dalla Paganella. Il lago di Molveno, riconosciuto come uno dei laghi più belli e puliti d’Italia, ospita ogni anno migliaia di turisti. In seguito a diversi accertamenti e studi, spiega Luca D’Angelo direttore azienda del turismo Paganella,
“Abbiamo riscontrato che il problema principale era dovuto a come il turista raggiungeva la nostra località, cioè in automobile. Così, da quest’anno grazie ad un masterplan della mobilità, insieme a Trentino trasporti, abbiamo ottenuto una intensificazione della mobilità pubblica. Ogni 30 minuti, da Trento, un autobus veloce raggiunge Molveno. Una soluzione pratica che sta avendo un grande successo riducendo stress e facendo anche risparmiare.”

- Limitazione alle locazioni brevi: affittare una casa o una stanza di un B&B come appoggio per un paio di giorni, solo per poter andare a scattare la foto da postare favorisce proprio quell’affollamento cronico nei luoghi iconici. Chi rimane più giorni in una località sarà spronato a vivere maggiormente il territorio, lasciando respiro alle località più instagrammabili;
- No tag e cancellazione del “Point of Interest” (POI): una delle soluzioni più efficaci contro l’overturism. Evitando di inserire in una foto o in un video la geolocalizzazione precisa (il geotag) si riduce di molto l’affluenza in quel preciso luogo. Questa pratica è in mano a tutti noi, quindi possiamo fare la differenza. Soprattutto per quei posti ancora poco conosciuti è fondamentale non condividere sui social la posizione, in modo da evitare l’ennesima presa d’assalto. Inoltre, comuni ed enti hanno iniziato a collaborare con le grandi piattaforme per richiedere la cancellazione del “point of interest” dai tag selezionabili, in questo modo l’utente che cerca di inserire il tag geografico in quella precisa posizione non trova la voce corrispondente nell’elenco di Instagram o TikTok.

Cosa fare per limitare i danni
Inutile girarci attorno, come ogni industria anche quella turistica comporta impatti considerevoli. In un ambiente delicato come quello montano pianificare strategie per contenere il turismo di massa è essenziale non soltanto per l’ambiente ma anche per tutelare chi vive quel territorio tutto l’anno. Siamo soltanto nella prima fase, dove ci siamo accorti del problema e a tentoni stiamo cercando di cambiare abitudini e comportamenti. Quello che possiamo fare e informarci, scegliendo esperienze di impatto limitato sul territorio, preferendo quelle località che puntano su un turismo lento dove la scomodità continua a preservare ambiente e cultura.
