Copper Mountain ci ha consegnato un weekend lungo, irregolare, a tratti sorprendente. Un fine settimana che dice molto più dei singoli risultati: parla di una Coppa del Mondo che cambia pelle, di una neve nuova che detta legge, di tendenze tecniche che evolvono, e di un team azzurro che manda qualche segnale, ma resta lontano dalle certezze.

Neve nuova, problemi vecchi
Niente ghiaccio vivo, fondo (relativamente) morbido, segni già nella prima manche e seconde run imprevedibili. È la fotografia dello sci moderno: tracciature che richiedono sensibilità più che aggressività, soprattutto a 3000 metri, dove chi forza troppo viene respinto con la stessa energia che produce. La gara non è solo una questione di gambe: è lettura, equilibrio, misura.
Lo ha capito bene Asja Zenere, che nel gigante femminile ha centrato la sua prima top ten, 9ª, sciando in modo intelligente, senza strafare. Esattamente ciò che non è riuscita a fare Sofia Goggia, mai davvero in gara nonostante un pendio teoricamente congeniale.

Maschile: una luce, molte ombre
L’unica nota davvero positiva del gigante arriva da Alex Vinatzer, discontinuo ma efficace quando serve, capace di una grande seconda manche che vale un ottimo 5° posto. Per trovare il secondo italiano, però, bisogna scendere fino al 26° di Luca De Aliprandini, troppo lontano da ciò che ci si aspetta da lui in gigante. Gli altri? Praticamente assenti.

Il caso Odermatt: anche i fenomeni sbagliano
La scena clou del weekend è forse l’uscita di Marco Odermatt nel gigante. Fino a quel punto era in netto vantaggio, poi quell’inclinazione eccessiva, l’appoggio che svanisce sullo sci sinistro, la traiettoria che scappa. Si ferma a bordo pista incredulo, tradito da una neve sottovalutata. Con ogni probabilità sarebbe andato dritto verso la doppietta dopo il superG vinto il giorno prima.
Ne approfitta una Austria solidissima, con la vittoria perentoria di Stefan Brennsteiner e un Kristoffersen in netta risalita. Segnali chiari: la concorrenza c’è, eccome.

Velocità: un debutto incoraggiante
Il weekend si era aperto con il superG, dominato proprio da Odermatt, bravo a tenere dietro una corazzata austriaca che ha occupato il 2°, 3°, 4° e 6° posto.
Per gli azzurri: 8° Guglielmo Bosca, 11° Dominik Paris, 13° Giovanni Franzoni. Un risultato compatto, senza acuti ma nettamente migliore rispetto a ciò che ci si poteva attendere alla prima stagionale. È un punto di partenza, non un traguardo.

Slalom femminile: l’ennesima lezione di Shiffrin, ma la rivelazione è sempre Colturi
Nello slalom, Mikaela Shiffrin fa quello che sa fare: non serve nemmeno il miglior tempo di manche, ma basta una seconda run “da Shiffrin” per vincere con autorità davanti a Lena Dürr.
E poi c’è Lara Colturi, ancora sul podio, ancora raggiante, ancora solidissima. È senza dubbio la nota più esaltante dell’intero circuito, uomini e donne compresi. Ha diciannove anni, ma la maturità agonistica di una veterana. È fresca, spontanea, non si nasconde, non si atteggia. Il paragone con Jannik Sinner non è forzato: stessa serenità, stessa fame lucida.
E le azzurre? Desaparecidas (Lara Della Mea, 23°, prende 4,59 secondi…). Un buco nero, come dice Gianmario Bonzi su Eurosport. Un team che oggi sembra più da gare FIS che da Coppa del Mondo, con investimenti che non stanno portando frutti e non si giustificano. Così non si cresce. E sì: va ripensato tutto, Olimpiadi o non Olimpiadi.

Uomini: problemi tecnici prima che mentali
Tornando al maschile, bene Vinatzer nella seconda parte della seconda manche del gigante, ma resta la domanda: quando vedremo due manche complete?
E soprattutto: quando i nostri smetteranno di “gettare” le code all’esterno (il famoso drifting) ad ogni curva, anche quando non serve? Gli altri non lo fanno. Noi sì, e da anni. Il che ci ricorda Max Blardone vincitore sulla Gran Risa (ma sono passati 15 anni…). Ci sono limiti tecnici evidenti, non solo psicologici. Che ne pensa Mauro Pini (il nostro DT)?
Segnali e speranze
Il lungo weekend americano lascia comunque qualche spiraglio. Gli Azzurri non brillano, ma qualcosa si muove. Ci si può aggrappare ai progressi di Vinatzer, alla consapevolezza di Zenere, alla solidità della squadra di superG.
Ma serve continuità. Perché se i segnali non diventano presto risultati, allora sì che si scivola nel masochismo.
Per ora accontentiamoci di questi lampi. La stagione è lunga, e Copper Mountain ci ha ricordato che quest’anno non vincerà chi spinge di più, ma chi capisce meglio la neve.


